Con oggi concludiamo la lettura della lettera ai Romani e domani ci avventuriamo nella prima lettera ai Corinzi. Tra Paolo e quella comunità c’è una comunicazione fitta; essa è legata alla notevole incertezza che si vive all’interno di quella Chiesa, dalla quale nascono anche molti contrasti. L’incertezza nasce dalla novità radicale del nuovo genere di vita cristiano rispetto alla tradizione precedente. Occorre “inventare” uno stile di vita cristiano o, meglio, un ethos, un modo di vivere, un costume civile. In effetti in primo piano in questa lettera ci sono proprio questioni di comportamento: occorre tradurre la fede nel vangelo in forme praticabili di una vita che si stacchino dai pregiudizi della cultura greca di provenienza, e tuttavia non si stacchino dal quadro civile di vita che proprio la città greca offre ai cristiani. In questo senso occorre vivere la radicalità del vangelo non con le dinamiche di una “setta” (secondo il modello giudaico, più precisamente farisaico). La risposta di Paolo ai singoli problemi sottoposti dai corinzi può essere sintetizzata con le parole che lui stesso usa: Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato (7,20). Cioè: non dovete cambiare la condizione esteriore, ma dovete cambiare quello che c’è dentro di voi; vivete la condizione di sempre con uno spirito nuovo, guidati dallo Spirito santo.
Le questioni affrontate si riferiscono ai rapporti dei cristiani da un lato con quelli di fuori, dall’altro ai rapporti interni alla comunità. In entrambi i casi queste questioni sono originate dal difficile rapporto tra la fede nel vangelo e le forme di vita e di pensiero proposte dalla cultura greca alla quale i destinatari originariamente appartenevano. In questo senso la lettera appare la più illuminante per intendere quale rapporto debba realizzare la fede cristiana, o meglio il credente cristiano, nei confronti di quella cultura entro la quale essa vive. Questo rapporto non riguarda semplicemente i comportamenti, ma più radicalmente i modi di pensare e di sentire, le forme della coscienza.
La lettera, come dicevamo all’inizio, ha fondamentalmente un carattere dialettico, nel senso che Paolo non si impegna in una esposizione in positivo del suo pensiero (come invece nella lettera ai Romani); confuta invece alcuni tra i numerosi equivoci in cui incorrono i suoi interlocutori nella recezione del suo messaggio. Ma proprio la correzione dei fraintendimenti e degli errori offre l’occasione per approfondire il pensiero dell’apostolo consentendo di intuire le linee di una sua sintesi di pensiero, quella circa il rapporto tra vangelo e tradizione civile.
Un breve indice di ciò che leggeremo:
All’inizio, dopo il saluto, la divisione dei cristiani di Corinto in “partiti”: il contrasto tra sapienza umana e follia della fede (cc.1-4)
Alcune questioni di condotta, trattate per riferimento alle esigenze della vita comune (cc.5-6)
La questione del matrimonio e del celibato (c.7)
L’introduzione è stata un po’ lunga, ma è per inquadrare il testo. In gioco c’è il rapporto - sempre da rigenerare - tra la fede nel vangelo e la cultura nella quale si vive.
Buona lettura!
INCONTRO IN PRESENZA - Domenica 15 giugno alle 16 in oratorio a Besana (Aula San Carlo) ci sarà l’incontro in presenza (per chi vuole), per condividere qualche impressione su questo cammino che stiamo facendo insieme.
don Paolo, parroco
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